Cannabis: our position for a Canadian Public Policy
(Canapa: la nostra posizione per una politica pubblica del Canada)

Rapporto della commissione speciale del Senato sulle droghe illegali

Settembre 2002

Sommario dei contenuti principali,
a cura di Grazia Zuffa

Schermata 2016-01-21 alle 16.14.15La commissione speciale sulle droghe illegali del Senato del Canada, presieduta dal senatore Pierre Claude Nolin, ha presentato il suo rapporto agli inizi dello scorso mese (cfr. Fuoriluogo, settembre 2002). Già all’indomani dell’approvazione della legge del 1996 (Controlled Drugs and Substances Act), giudicata insoddisfacente dalla gran parte dei partecipanti alle audizioni parlamentari, si era affacciata l’idea di promuovere un’indagine parlamentare. Le principali critiche riguardavano in primo luogo la mancanza di un inquadramento generale circa gli scopi della legge; inoltre il fatto che la legge perpetuasse il sistema proibizionista senza sottolineare l’importanza della riduzione del danno e della proibizione (cfr.pag.9 del Summary Report).
All’inizio il mandato della commissione del Senato era di studiare una revisione completa della legislazione, in seguito il campo si restringe alla canapa. Il comitato ha lavorato più di due anni, attraverso la ricognizione accurata della letteratura scientifica, audizioni di esperti e rappresentanti della società civile e un’indagine sugli orientamenti dell’opinione pubblica. Nelle raccomandazioni conclusive rivolte al governo, l’indicazione politica è netta: si opta per la legalizzazione della canapa, ossia la regolazione della produzione e della vendita tramite licenze, soggette però a certe restrizioni, specificate nel rapporto con minuzia (divieto di vendita al di sotto dei 16 anni, contenuto di THC non superiore al 13%, divieto di licenza ai produttori di tabacco etc.). Quanto all’ipotesi della decriminalizzazione, (ossia la rinuncia a previsioni penali per il consumo), questa è criticata con nettezza “poiché priverebbe lo Stato di un essenziale strumento di regolazione della produzione, distribuzione e rete del consumo, lanciando al contempo un messaggio ipocrita”.
Di notevole rilievo è l’impianto analitico del rapporto, che spazia dagli aspetti storico sociali antropologici, a quelli farmacologici, a quelli legali e ai vincoli internazionali. E’ una trattazione ad ampio spettro che prefigura un approccio “teorico” innovativo, certamente inconsueto in un documento redatto da un organismo politico. Ciò traspare sin dalle prime pagine, dove si esamina criticamente il vocabolario corrente.

Il glossario dei termini chiave

Il termine abuse è rifiutato poiché generico e indifferenziato: è usato infatti sia per l’abuso, in senso stretto, che per l’uso. Esso è figlio del paradigma morale, che non ammette possa esistere un uso di droga illegale che non sia stigmatizzato come “abuso”. Il rapporto preferisce perciò usare il termine “uso eccessivo o uso dannoso”.
Allo stesso modo è rifiutato il termine chronic effects (effetti cronici), che definiscono gli effetti che si sviluppano dopo l’uso ripetuto della sostanza. Il rapporto preferisce invece usare il termine “conseguenze dell’uso ripetuto”. In altre parole, l’attenzione si sposta dagli effetti causati dalle proprietà chimiche della sostanza, ai modelli di consumo.

I principi guida

Dopo l’esposizione del mandato e del piano di lavoro della commissione (Cap. 1, 2), il Capitolo 3 (pag.11, S.R.) affronta i “principi guida” del legislatore: “Tutti i mezzi che lo Stato ha a disposizione devono lavorare in direzione di un accordo fra il governo della cittadinanza e l’autogoverno”. Ciò significa che “solamente le azioni che arrecano un danno diretto agli altri dovrebbero rientrare nell’ambito della legge penale”.

Canapa: dalla pianta allo spinello

Dopo aver brevemente analizzato il contesto politico generale in cui oggi si affronta la questione delle droghe illegali (Cap. 4), il capitolo 5 (pag. 13, S.R.) dà alcune informazioni sulla produzione di canapa e sul mercato illegale: attualmente si stima che il 50% della canapa sia prodotta in Canada, soprattutto nella Columbia britannica, nell’Ontario e nel Quebec.
Quanto alla concentrazione di Thc: allo stato naturale la canapa ne contiene fra lo 0,5% e il 3%. I metodi più raffinati di coltura e il progresso genetico hanno reso possibile una maggiore concentrazione di Thc, tuttavia i commenti allarmistici sulla concentrazione di Thc sono da ridimensionare se non altro perché non è possibile stimare il contenuto medio di Thc presente sul mercato illegale. Ma è ragionevole supporre che il contenuto vari dal 6% al 31%.

I consumatori e i consumi

Il rapporto stima (cap.6, pag.14) che fra la popolazione canadese sopra i 18 anni, il 30% abbia “fumato” almeno una volta nella vita, e il 10% (pari a circa 2 milioni) almeno una volta nell’ultimo anno. Sono circa 600.000 (il 3%) coloro che dichiarano di aver usato canapa nell’ultimo mese. Se però si esamina la fascia di età dai 12 ai 17 anni, le cifre sono più alte: il 50% degli studenti delle superiori ha provato la marijuana, mentre sono 750.000 gli adolescenti che hanno consumato nell’ultimo mese. In Canada, la canapa rappresenta perciò un consumo prevalentemente giovanile, fra i più alti rispetto al panorama internazionale.
Quanto alle “carriere” di consumo:
– la gran parte degli “sperimentatori” smettono di usare la canapa.
– I consumatori regolari di lungo termine spesso seguono un percorso ad alti e bassi, in cui il consumo aumenta per certi periodi, per poi diminuire nuovamente.
– La gran parte dei consumatori di lungo termine riesce ad integrare il consumo all’interno delle attività familiari, sociali e di lavoro
– La canapa di per sé non è causa del consumo di altre droghe. E’ perciò respinta la teoria della “droga di passaggio”.

Canapa: effetti e conseguenze

Nel cap.7 (pag.15, S.R.) si indagano i differenti modelli di consumo, classificati in rapporto ai livelli di rischio: si parla perciò di “uso sperimentale”, “uso regolare”, “uso a rischio”, “uso eccessivo”. I parametri di classificazione riguardano non solo la quantità di sostanza consumata e la frequenza, ma anche il contesto: ad esempio tenendo presente se il consumo si concili o al contrario interferisca con le normali attività quotidiane.
La gran parte dei consumatori segue un modello moderato, se non episodico, spesso limitato ad un arco della vita. Tuttavia il rapporto stima che il 5-10% dei consumatori “regolari” possano definirsi “a rischio” di passaggio all’uso eccessivo o “pesante”.
Riguardo all’uso “a rischio”, la commissione sottolinea che la gran parte dei consumi non rientra in questa categoria. Per i consumatori al di sopra dei 16 anni, il consumo può dirsi a rischio quando si usa dallo 0,1 a 1 grammo al giorno.
Riguardo all’uso “eccessivo” o “pesante” (excessive or heavy : è definito tale quando si consumi più di un grammo al giorno per un lungo periodo di tempo. Il rapporto stima che circa 80.000 soggetti potrebbero essere consumatori “eccessivi” (su 600.000 che hanno fumata canapa nell’ultimo mese”).
Il consumo pesante di canapa può avere conseguenze negative per la salute fisica(affezioni al sistema respiratorio) e psicologica (difficoltà di concentrazione e apprendimento)..
I consumatori pesanti possono sviluppare una forma di dipendenza che richiede trattamento, tuttavia questa è meno severa e frequente della dipendenza da altre sostanze psicotrope.

Quanto agli effetti a lungo termine sulle funzioni cognitive, questi non sono confermati dalla ricerca. Si rifiuta, come detto, la questione degli “effetti cronici” della canapa. Di nuovo il documento critica questo linguaggio, che allude alle proprietà chimiche della sostanza indipendentemente dal contesto d’uso: a parere dei senatori è invece più corretto parlare delle conseguenze di un “uso cronico”, ossia prolungato e “pesante”: “Allo stato dei fatti la ricerca ci dice che per la grande maggioranza dei consumatori ricreazionali la canapa non presenta conseguenze dannose per la salute fisica, psicologica e sociale, sia a breve che a lungo termine”.

Uso di marijuana per fini terapeutici

Dopo aver indagato il contesto d’uso più rischioso, quello della guida sotto l’effetto della canapa (cap.8), nel capitolo 9 (pag.18, S.R.) è trattato l’uso medico.
Le principali osservazioni:
– ci sono chiare anche se non definitive indicazioni circa gli effetti benefici della marijuana come analgesico nel dolore cronico, come antispastico per la sclerosi multipla, come anticonvulsivo per l’epilessia, come antiemetico per gli effetti collaterali della chemioterapia
– ci sono stati alcuni studi, seppur ancora insufficienti, su composti di sintesi.
in generale gli effetti della marijuana fumata sono più specifici e veloci degli effetti dei composti sintetici.
Le persone che fumano marijuana a fini terapeutici preferiscono scegliere esse stesse i metodi di consumo.
Gli studi già approvati dall’agenzia pubblica Health Canada dovrebbero svolgersi il prima possibile, in collaborazione con le associazioni di assistenza ai malati e seguendo gli standard che queste già applicano.

Come regolare l’uso terapeutico di canapa

Il rapporto (cap.13, pag. 22 S.R.) critica la legge approvata nel luglio 2001, Marijuana Medical Access Regulations.
Questa legge infatti non offre una cornice adeguata e restringe senza ragione la possibilità di accedere alla canapa medica. In quasi un anno, solo 255 persone sono state autorizzate al possesso di marijuana, e peraltro solo 498 hanno fatto richiesta, il che è un sintomo della scarsa fiducia nella legge, a parere dei senatori.

La prevenzione

Dopo il capitolo 14 e 15 (l’azione di polizia e il sistema della giustizia criminale) il rapporto affronta la prevenzione e i trattamenti (cap.16 e 17, pagg. 25 e segg. ).
L’aggancio ai modelli di consumo, come chiave per individuare i livelli di rischi, provoca un vero e proprio rovesciamento di ottica per ciò che riguarda la prevenzione. Non solo i senatori rifiutano l’astinenza come obiettivo unico della prevenzione, ma sottolineano quanto sia dannoso il presupposto alla base di quest’idea, ossia la non distinzione fra uso e abuso, essenziale invece “per stabilire gli obbiettivi e pianificare le misure preventive”. La riduzione del danno è perciò presentata come l’approccio educativo più appropriato, poiché si basa sull’informazione circa i rischi del passaggio da un consumo moderato e controllato ad uno “eccessivo”. Altrettanto importante è la conoscenza circa i contesti di consumo da evitare.

I costi dell’abuso di sostanze

Uno studio relativo al 1992 del Canadian Center on Substance Abuse stima che i costi associati con le droghe illegali siano di 1,4 miliardi di dollari, in confronto ai 7,5 miliardi di dollari per l’alcol e il 9,6 miliardi nel caso del tabacco. I costi principali delle droghe illegali riguardano la perdita di produttività, le cure mediche, perdita del posto di lavoro, la repressione. Si calcola che la repressione rappresenti il 29,2% di tutti i costi, e l’88% dei costi relativi alle politiche pubbliche.
Quanto alla canapa, “ i principali costi sociali sono il risultato delle scelte di politiche pubbliche, in primo luogo la criminalizzazione, mentre le conseguenze dell’uso rappresentano una piccola frazione dei costi sociali attribuibili all’uso delle droghe illegali”. In particolare, la principale spesa di politica pubblica relativa alla canapa è quella della repressione e del sistema della giustizia (dai 300 milioni ai 500 milioni di dollari all’anno). Le spese attribuibili agli effetti della sostanza sono minime: nessuna morte, nessuna ospedalizzazione, e scarsa perdita di produttività.
I costi di politica pubblica relativi alla canapa sono sproporzionatamente alti in confronto alle conseguenze sociali e sulla salute relative alla sostanza.

Il contesto legale internazionale

Il giudizio sulle convenzioni internazionali è netto (cap. 19, pag. 30 e segg.): le convenzioni costituiscono un vincolo profondamente irrazionale, che non ha niente a che fare con considerazioni di ordine scientifico o di sanità pubblica. I punti di critica riguardano la non definizione del termine droga (onde è droga quella che è contenuta nelle tabelle); l’arbitrarietà della classificazione: la canapa è inserita nelle tabelle I e IV della convenzione del 1961, insieme ad oppiacei e cocaina, ossia alle sostanze sottoposte ai più rigidi controlli, mentre i barbiturici sono nella tabella III, con controlli meno rigidi degli allucinogeni naturali: questa classificazione è incongruente con le caratteristiche farmacologiche delle sostanze. Se davvero la classificazione rispettasse le preoccupazioni circa i danni alla salute, allora perché il tabacco e l’alcol non sono nella lista delle sostanze controllate?
La conclusione è che il regime internazionale per il controllo delle sostanze psicoattive è in primo luogo un sistema che riflette la geopolitica delle relazioni fra Nord e Sud del ventesimo secolo, aldilà delle iniziali radici moralistiche o perfino razziste.

Le conclusioni

Il rapporto (pag37 e seg., S. R.) afferma che le politiche in vigore sono inefficaci e inefficienti. In particolare, le politiche di riduzione dell’offerta, basate sulla repressione, hanno fallito: i prezzi della canapa non sono scesi ma la qualità è migliorata, specie per ciò che riguarda l’innalzamento del contenuto di THC, seppure in misura minore di quanto non si dica. Serrata è dunque la critica alle politiche di proibizione sin qui seguite, sia perché non hanno raggiunto gli obiettivi che si prefiggevano di ridurre l’offerta di droga, sia per l’effetto di marginalizzazione dei consumatori. In ultima analisi, dicono i senatori, “si sta buttando i soldi dei contribuenti dalla finestra per una crociata morale che non è giustificata dall’effettivo danno relativo alla sostanza”.
Ma qual’è il ruolo che lo Stato deve giocare e quali devono essere i principi su cui fondare una politica pubblica quando si tratti della salute? (pag. 38 e seg., S. R.). “Ci rendiamo conto – scrivono i senatori- che la salute e la felicità non possono essere imposte ad un individuo, tanto meno dalla legge penale…il ruolo delle politiche pubbliche dovrebbe essere di supporto alla libertà sia degli individui che della società… nel rispetto del principio di autonomia e responsabilità” .

Le principali raccomandazioni al governo

– La commissione raccomanda di adottare una politica integrata sui rischi e gli effetti dannosi delle sostanze psicoattive, considerate nel loro insieme (medicinali, alcol, tabacco e droghe illegali). Per ciò che riguarda la canapa, questa politica dovrebbe concentrarsi sull’educazione dei consumatori, per scoprire e prevenire il consumo a rischio e per curare il consumo eccessivo.
– La commissione raccomanda di modificare la legge attuale (Controlled Drugs and Substances Act) in modo da rendere possibile la concessione di licenze per produrre e vendere la canapa, mantenendo la previsione di sanzioni penali per il traffico illegale al di fuori delle licenze.
– La commissione raccomanda di modificare le norme sulla canapa medica (Marijuana Medical Access Regulations). Anche se le norme, emanate nel 2001, rappresentano un passo nella giusta direzione, tuttavia esse non facilitano ai malato l’accesso alle cure, non tengono presente il cumulo di esperienze delle associazioni di assistenza ai malati, ed inoltre non citano altri derivati della canapa, come l’hashish.
– La commissione raccomanda di richiedere alle Nazioni Unite un emendamento alle convenzioni e ai trattati che governano le droghe illegali.

Entro la fine di Novembre 2002 è atteso un secondo rapporto, quello del comitato della Camera dei Comuni, che, a differenza della commissione del Senato, pare orientato a pronunciarsi per la decriminalizzazione. Lo zar delle droghe americano, John Walters, ha già minacciato rappresaglie: se il Canada liberalizzerà la legislazione sulla marijuana, gli Stati Uniti rafforzeranno i controlli alle frontiere, con pesanti interferenze nei rapporti commerciali fra i due paesi.

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