zuffaSi avvicina l’appuntamento della Speciale Assemblea Generale Onu sulle Droghe (Ungass 2016), fissata a New York dal 19 al 21 aprile e si fa più serrato il confronto nella fase preparatoria. Come ha scritto Marco Perduca (Manifesto, 23 dicembre), la partita fra lo schieramento dei conservatori ultra proibizionisti e quello degli “aperturisti” è ancora aperta. Compito delle Ong è di intensificare la pressione nei confronti delle istituzioni nazionali, sapendo che negli equilibri mondiali la posizione dell’Europa delle mild policies (e dei singoli stati europei) è importante.

In Italia, Forum Droghe si è mosso fin dal settembre scorso, inviando una lettera aperta al premier Renzi, sottoscritta da molte altre associazioni. Il dibattito del Cartello di Genova alla Conferenza di Milano del novembre scorso ci permette oggi di articolare meglio le richieste al governo italiano, confortati anche da importanti documenti appena pubblicati: in particolare, le raccomandazioni del “gruppo di Budapest”, un cartello di associazioni europee, rivolte alla Ue (A call for Eu leadership on drug policy); e quelle della Swiss Federal Commission for Drug Issues (Position of the EKDF in connection with the Special Session of the Un General Assembly on Drug Issues) , che fonda le sue indicazioni sugli sviluppi delle politiche svizzere e sui relativi risultati positivi.

Rinnoviamo dunque l’appello al governo italiano perché non disattenda le aspettative di Ban Ki Moon per un dibattito “aperto e a largo spettro che affronti tutte le opzioni politiche”. E’ questo il taglio politico che permette una vera discontinuità con un passato di ideologie e vuoti rituali, oggi difeso a spada tratta dal fronte conservatore ultra proibizionista. L’aggettivo “aperto” allude anche a un diverso modo di affrontare la politica delle droghe, non più come questione separata, ma al contrario pienamente inserita e in coerenza con la mission generale delle Nazioni Unite: tesa all’affermazione dei diritti umani, alla difesa della salute, alla promozione del benessere socioeconomico dei popoli, alla riduzione delle ineguaglianze. In questo quadro, le politiche sulle droghe non possono avere come riferimento solo le Convenzioni sulle droghe narcotiche, bensì tutti gli altri documenti e trattati internazionali sui diritti umani, ad iniziare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dal Trattato Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, al secondo protocollo al Trattato Internazionale sui diritti civili e politici, il cui art.1 propone l’abolizione della pena di morte. Allo stesso modo, la politica delle droghe non può far capo solo al Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime), ma devono essere coinvolte a pieno titolo anche le agenzie che si occupano di salute e sviluppo (Oms, Unaids, Undp). Non c’è da stupirsi che il fronte “duro” sia così restio a parlare di droghe e diritti umani, essendo oggi perlopiù composto di paesi autoritari e con bassi standard di diritti civili, se non apertamente totalitari.

Il fatto che oggi l’America di Obama non sia più alla guida dello schieramento conservatore è la novità che rende più limpido il terreno politico del confronto e dovrebbe spingere sia l’Europa che l’Italia a posizioni più chiare e coraggiose.

Chiediamo anche che l’Italia porti l’esperienza fallimentare della legge fortemente punitiva del 2006 a sostegno di un riequilibrio di accento politico e di risorse dal penale al sociale, battendosi per la decriminalizzazione del consumo e per la promozione dei pilastri sociosanitari, in particolare della riduzione del danno.

Le Ong sono da tempo in campo. Il Dipartimento Antidroga ha promesso un confronto col governo italiano. A quando?

Il documento del Gruppo di Budapest e del Ekdf sono allegati qui sotto.

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