1.1 Il mercato (illegale) italiano.

Il mercato (illegale) della cannabis in Italia è economicamente rilevante. La stima del valore della cannabis annualmente consumata è, infatti, compresa tra 4 e 9 miliardi[1], circa lo 0,3 – 0,6% del Pil, cioè un valore prossimo a quello dell’industria estrattiva!
Inoltre, il mercato della cannabis in Italia è “maturo”, essendo economicamente rilevante da circa 40 anni, durante i quali ha resistito all’attività repressiva condotta delle forze dell’ordine[2].

1.2 La domanda di cannabis in Italia.

Il numero dei consumatori di cannabis in Italia è stimabile in 4/5milioni[3], nel cui ambito è utile distinguere tra una larga maggioranza di consumatori “occasionali”, economicamente meno rilevante, e una ristretta minoranza di consumatori “regolari” (4/500mila), i cui consumi rappresentano la maggioranza della domanda. Si nota, inoltre, una crescita del consumo di cannabis per fini terapeutici.

1.3 L’offerta di cannabis in Italia.
1.3.1 Produzione.

Tradizionalmente, la principale fonte di approvvigionamento sono le importazioni, in particolare dal Marocco (hashish) e dall’Albania (marijuana)[4].
Si rileva, inoltre, una crescente diffusione della coltivazione locale. In Italia sono, infatti, attivi circa 200 “grow shops”, negozi specializzati nella vendita degli input (semi, concimi, lampade, ecc) utili alla coltivazione della cannabis. Si potrebbe, pertanto, ipotizzare che siano almeno 20mila i coltivatori di cannabis in Italia[5].

1.3.2 Distribuzione.

La vendita (illegale) di cannabis è diffusa sull’intero territorio nazionale. Il commercio all’ingrosso di cannabis ha come principale oggetto la distribuzione delle importazioni, e spesso coinvolge organizzazioni criminali. Il commercio al dettaglio è viceversa assai più concorrenziale, sebbene in alcune aree geografiche le organizzazioni criminali estendano il monopolio delle attività illegali anche al traffico di cannabis, in generale il numero dei venditori è assai elevato[6] e spesso sono attori individuali (slegati da organizzazioni criminali).

Nonostante la crisi economica, i prezzi della cannabis non sono diminuiti, ma sono rimasti sostanzialmente stabili in termini reali: circa 8-12 euro al grammo al dettaglio, circa 3-4 euro all’ingrosso[7]. Si noti che questa rilevante differenza tra prezzi all’ingrosso e al dettaglio compensa gli spacciatori per il premio per il rischio dello spaccio.

2. Aspetti economicamente rilevanti delle proposte di riforma.

La proposta di riforma della legislazione sulla cannabis, prevede alcuni punti economicamente salienti:
a) Estensione al mercato della cannabis della regolamentazione già adottata per i tabacchi lavorati.
b) Liberalizzazione della coltivazione di cannabis per autoconsumo individualmente o in forma associata  (“cannabis club”).

2.1 Implicazioni economiche della legalizzazione.

Anzitutto, la legalizzazione della cannabis potrebbe far aumentare la ricchezza nazionale per un valore pari alle attuali importazioni di cannabis (circa 1-2 miliari di euro), se fosero sostituite dalla produzione nazionale. In particolare, la coltivazione della cannabis necessaria a soddisfare la domanda interna (5-6mila tonnellate) richiederebbe l’impiego stagionale di circa 55-75mila lavoratori, e la sua distribuzione (tramite coffee-shops) circa 300mila addetti (Rossi, 2013).
Altre implicazioni economiche della legalizzazione sono difficilmente stimabili. Il modello proposto da Kilmer et al. (2010) distingue gli effetti della rimozione del divieto da quelli della regolamentazione del mercato. In primo luogo, la rimozione delle sanzioni per la produzione e possesso di droghe leggere implica la riduzione delle spese per la repressione: polizia, magistratura, carceri, ecc. In realtà, in seguito alla legalizzazione, solo le spese carcerarie sarebbero risparmiate, mentre i costi di polizia e tribunali sarebbero comunque sostenuti, ma questi servizi potrebbero essere impiegati altrimenti per migliorare la legalità. Il beneficio indiretto della legalizzazione consisterebbe quindi nell’incremento del benessere economico indotto dalla maggiore legalità, una posta difficilmente stimabile e non necessariamente uguale al costo di fornitura dei servizi di polizia e magistratura.

I benefici indiretti sono legati all’emersione del mercato della cannabis dall’illegalità. In primo luogo, è lecito attendersi una riduzione dei profitti criminali attualmente ricavati dal mercato illegale della cannabis, cioè una riduzione del potere di distorsione dell’economia legale esercitabile da questi soggetti[8]. La misura di questo beneficio sarebbe proporzionale all’emersione degli scambi dal mercato illegale.

In secondo luogo, la rimozione delle sanzioni nei confronti dei consumatori/produttori aumenterebbe la loro produttività, con un incremento del benessere economico della collettività. Si noti che la misura di questo beneficio dipenderebbe dal più generale contesto normativo. Ad esempio: se l’iscrizione nel registro dei coltivatori per autoconsumo implicasse la segnalazione del soggetto quale tossicodipendente ed il conseguente ritiro della licenza di guida, l’effetto della legalizzazione sarebbe presumibilmente ridotto.

Il tema della produttività si lega con quello dei costi sanitari nella misura in cui la legalizzazione della cannabis implicasse un aumento dei consumi rispetto ai livelli correnti. Se, in seguito alla legalizzazione, i consumi interni di cannabis aumentassero si potrebbe ipotizzare che ciò implichi una riduzione della produttività ed un aumento dei costi sanitari proporzionale all’aumento dei consumi. In realtà, i danni dovuti all’uso di cannabis sono modesti, se paragonati all’uso di beni sostituti sia illeciti (eroina, cocaina, ecc), sia leciti (alcol, tabacco, ecc). La legalizzazione renderebbe la cannabis più competitiva, con un beneficio netto per la collettività proporzionale alla riduzione dei consumi dei sostituti più dannosi. La legalizzazione potrebbe poi indurre una riduzione dei trattamenti sanitari coatti, con una conseguente riduzione di spesa.

L’esperienza dei paesi in cui la cannabis è stata legalizzata ci mostra tuttavia che l’ipotesi di un aumento dei consumi interni non si è verificata, per cui è verosimile attendersi che le variazioni dei costi sanitari e della produttività dei consumatori/coltivatori sarebbero assai modeste.

Viceversa, nel caso italiano, sarebbe verosimile attendersi lo sviluppo di un rilevante “turismo dello spinello”. Come insegna la tradizionale esperienza olandese e la più recente in Colorado, la legalizzazione della cannabis induce un rilevante flusso di acquirenti dai paesi vicini in cui è ancora vigente la proibizione. Non disponiamo di una stima affidabile di questo fenomeno[9], che sarebbe peraltro favorito dalla appetibilità turistica dell’Italia.

La regolazione del mercato legale della cannabis implicherebbe comunque dei costi di regolamentazione (presumibilmente inferiori a quelli di applicazione della normativa proibizionista) ma, soprattutto, consentirebbe la riscossione di imposte sulle transazioni e sui redditi emersi. Si noti la natura “correttiva” di questa imposta, la quale consentirebbe la riscossione per la società di un “doppio dividendo”. Questa “sin tax” (“tassa sul vizio”) da una parte, contenendo i consumi tramite l’efficace leva del prezzo, riduce le esternalità negative associate all’uso di cannabis, dall’altra offre un’entrata fiscale, la quale può sostituire imposte distorsive (come quelle sui redditi da lavoro), ridurre il debito pubblico o essere spesa per progetti di utilità pubblica.

2.1.1 Implicazioni fiscali della legalizzazione.

Dal punto di vista fiscale, la legalizzazione della vendita della cannabis tramite i Monopoli di Stato (punto a) rappresenta la posta più rilevante. Se gli attuali consumi interni emergessero completamente, le entrate fiscali derivanti dalle imposte sulle vendite sarebbero comprese tra i 4 e gli 8 miliardi di euro all’anno[10]. Cui si sommerebbero le imposte sulle vendite di cannabis ai cosiddetti “turisti dello spinello”. Si noti che la misura di questi benefici fiscali dipende dall’ipotesi congiunta che la domanda di cannabis emerga dal mercato illegale[11] e che si rivolga ai MS. Ovviamente, la possibilità di coltivare la cannabis per autoconsumo (punto b), anziché comprarla dai MS, riduce i vantaggi fiscali della legalizzazione. Inoltre, la coltivazione in proprio può rappresentare una fonte di approvvigionamento di un mercato “parallelo”, alternativo a quello dei MS, se consente una produzione superiore alle proprie necessità di autoconsumo. Pertanto, se la proposta di riforma mira a consentire una coltivazione in proprio per autoconsumo, essa deve indicare dei limiti alla produzione individuale.

Altri benefici fiscali diretti della legalizzazione della cannabis deriverebbero dalla riduzione dei costi di applicazione della normativa. Nella relazione annuale 2015 del DPA si stima che, dal 2008 al 2012, per l’applicazione della corrente politica proibizionista lo Stato ha speso circa 1,4 miliardi, circa lo 0,08% del Pil italiano, di cui 1,2 miliardi sono i costi di detenzione[12]. La legalizzazione implicherebbe, poi, altri benefici fiscali indiretti, tra cui la riscossione di maggiori imposte sul reddito fino a 1,5 miliardi di euro[13]. Complessivamente, la legalizzazione implicherebbe un beneficio fiscale stimabile in circa 7-10 miliardi di euro all’anno (escluse le imposte sulle vendite di cannabis ai “turisti delle spinello” e sul relativo indotto).

3. La regolamentazione della produzione per autoconsumo.

La cannabis è una pianta solanacea, come i pomodori, e, come questi, anche la cannabis può essere facilmente coltivata. Le tecniche di coltivazione sono varie. La tecnica più efficiente è la coltivazione all’aperto su la larga scala, in particolare in Italia, paese le cui caratteristiche climatiche hanno tradizionalmente favorito la coltivazione di canapa. In California, applicando questa tecnica è possibile ottenere una produzione stagionale di circa 1 kg per metro cubo di pianta, con un costo di produzione stimabile in circa 20/35 dollari per oncia di prodotto finito (Caulkins, 2010). La coltivazione all’aperto raggiunge la sua massima efficienza se si coltivano piante di grandi dimensioni (circa 5 metri di altezza), altrimenti, riducendo le dimensioni delle piante, la resa per metro cubo diminuisce e, specularmente, aumentano i costi di produzione. Le varietà di cannabis sono molte e significativamente diverse.  Alle tradizionali “cannabis indica” (circa 1-2 metri di altezza), e “cannabis sativa” (leggermente più alta: circa 2-3 metri), si sono aggiunte nuove varietà di dimensioni e maturazione variabili. In particolare si sta diffondendo la coltivazione di piante “auto-fiorenti”, una varietà che ignora il ciclo stagionale e consente una resa bimestrale fino a circa 500 grammi per metro cubo (in serra) con piante di dimensioni modeste (circa 1 metro). La coltivazione in serra rappresenta una valida alternativa  alla coltivazione all’aperto per vari motivi. In primo luogo, in serra la luce solare (con la sua stagionalità) è sostituibile con l’illuminazione artificiale, rendendo così possibile una produzione quasi continua tramite una serie di serre.

Inoltre, la coltivazione in serra, limitando l’influenza dei fattori esterni, riduce l’incertezza della produzione, tipica della coltivazione all’aperto. Infine, l’ambiente controllato della serra consente la coltivazione di qualsiasi varietà indipendentemente dal luogo geografico. La coltivazione in serra, sebbene normalmente non utilizzi piante di grandi dimensioni, consente tuttavia l’applicazione di tecniche (idroponica, aereoponica, scrog, ecc.) dalla resa elevata (fino a 500 grammi per metro cubo con una serie di serre). I costi  di produzione in serra sono generalmente superiori a quelli della coltivazione all’aperto, soprattutto a causa del costo dell’illuminazione artificiale, ma, l’illegalità della coltivazione della cannabis ha spinto un crescente numero di coltivatori a preferire la coltivazione in serra, più facilmente occultabile rispetto alla coltivazione all’aperto.

La regolamentazione della produzione può avvenire a monte (imponendo dei vincoli alla quantità massima di input utilizzabili) oppure a valle (limitando direttamente la quantità producibile).

La regolamentazione a valle della quantità di prodotto, cioè l’imposizioni di limiti alla massima quantità producibile, pone problemi sia di accertamento (il prodotto può essere occultato), sia di rispetto della norma (la produzione agricola è tipicamente incerta).

La regolamentazione a monte dei fattori di produzione può limitare il numero di piante coltivabili, il volume o la superficie coltivabile, ecc.. Questa soluzione presenta rilevanti vantaggi, in particolare dal punto di vista dell’accertamento del rispetto della norma (ad esempio, le piante sono più difficilmente occultabili del prodotto, soprattutto se piantate nel terreno).

Tuttavia, l’imposizione di un limite al numero massimo di piante coltivabili implica un eccessivo campo di variazione della raccolta: con 5 piante è infatti possibile ottenere dai 250 grammi ogni due mesi (coltivando varietà autofiorenti coltivate in serie di serre illuminate artificialmente) fino ai 25 kg per stagione (coltivando all’aperto piante di oltre 3 metri).

Diversamente, l’imposizione di un limite al volume utilizzabile per la coltivazione rende il vincolo più stringente. Esiste, infatti, una relazione abbastanza affidabile tra volume impiegato per la coltivazione e resa di prodotto finito. Secondo le tecniche di coltivazione e le varietà coltivate, la resa per metro cubo può essere compresa tra i 100 grammi (coltivazione domestica di piccole piante) fino a 1 kg (coltivando all’aperto piante superiori ai 3 metri di altezza). Si potrebbe pertanto stimare che il volume di spazio necessario per ottenere una produzione che soddisfi le esigenze di un consumatore sia di circa 3/4 metri cubi, nei quali sarebbe, ad esempio, possibile coltivare una singola pianta all’aperto (con una resa stagionale attesa di circa 500 grammi), oppure occupare questo spazio con una serie di piccole serre (con una resa all’incirca equivalente, ma con costi maggiori). Si noti che l’imposizione di un vincolo al massimo volume occupabile lascia al coltivatore una discreta libertà di scelta circa le varietà e le tecniche di coltivazione a lui più adatte. Esclusa la coltivazione di piante di notevoli dimensioni, dalla resa attesa superiore alle necessità di autoconsumo, l’imposizione di un limite del volume consente, infatti, al coltivatore sia l’adozione di tecniche “orizzontali” (scrog), sia la coltivazione di pregiate varietà allungate (“haze”).

Un’altra regolamentazione a monte può essere l’imposizione di un vincolo alla massima superficie coltivabile. Questo limite è più facilmente accertabile, ma non è stringente come quello sul volume occupabile. Ad esempio, la resa di una coltivazione su due metri quadri può variare dai 500 grammi a oltre 1 kg. Un altro vincolo facilmente accertabile può essere l’imposizione di un vincolo all’altezza massima e al numero delle piante coltivabili. Ad esempio, si potrebbe consentire di coltivare fino a 5 piante con un’altezza massima di 2 metri, una coltivazione dalla resa attesa di circa 500 grammi. Tuttavia questo vincolo lascia al coltivatore una minore libertà di scelta, impedendogli sia di adottare tecniche di coltura “orizzontale” grazie alle quali, coltivando decine di piccole piante in serie di serre, si può ottenere un flusso di produzione più regolare, sia di coltivare alcune delle specie più pregiate, che hanno un’altezza superiore ai 2 metri.

Riferimenti:

David Piero e Ferdinando Ofria, “Droghe leggere: la legalizzazione è un buon affare”; lavoce.info; 19/08/2015.

Governo italiano, Dipartimento politiche antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri, “Relazione annuale al Parlamento 2015 sullo stato elle tossicodipendenze in Italia”.

Rossi Marco, “Alcune implicazioni fiscali di scenari alternativi alla proibizione della cannabis”, Rivista di Politica Economica, gennaio/marzo 2013, pag. 371-401.

Van Laar M.C.G. – Van Gagendolk A. – Van Ooyen-Houben M. – Croes E. – Mejier R. – Ketelaars T. “The Netherland Drug Situation 2009: Report to the EMCDDA”, Reitox Focal Point, Timbos Instituut, Uthrecht, 2010.

Note

1. Rispettivamente, Rossi (2013) e David e Ofria (2015). La Commissione Europea stima in circa 7 miliardi il valore delle transazioni di cannabis in Italia (Relazione annuale, 2015, della DPA, pag. 16, figg. 15 e 16); l’Istat in 3,4 miliardi  il valore dei consumi finali (Relazione annuale, 2015, della DPA, pag.70, tab. 7).
2.  Nel decennio dal 1999 al 2008 in Italia sono state condotte circa 10mila operazioni all’anno contro il traffico di cannabis, le quali hanno condotto a oltre 124mila segnalazioni all’A.G. (Rossi, 2013).
3. Relazione annuale, 2015, della DPA (pag. 16, fig. 16).
4. Nel 2014, sono state sequestrate quasi 100 tonnellate di hashish, di cui 72 di provenienza dal Marocco, e quasi 12 tonnellate di marijuana, di cui 6 di provenienza albanese (Relazione annuale, 2015, della DPA, p. 48-51).
5. Si noti che circa la metà dei semi venduti sono di piante “auto-fiorenti”, una varietà particolarmente adattata all’autoconsumo.
6. Il numero degli spacciatori attivi in Italia è stimato in 125mila (Relazione annuale, 2015, della DPA, pag. 16, fig. 15).
7. In maniera simile, anche la “purezza” (contenuto di principio attivo) della cannabis sequestrata è rimasta sostanzialmente stabile dal 2001 al 2014 (Relazione annuale, 2015, della DPA, p. 62, fig. 30).
8. La recente esperienza del Colorado sembra, inoltre, suggerire che la legalizzazione abbia induca una riduzione del numero dei reati.
9. L’Ufficio del Turismo Olandese ha stimato che nel 2007 circa un turista straniero su quattro è stato un coffee shop, di questi, il 10% ha risposto che questa era la ragione della sua visita in Olanda (Van Laar et al., 2010).
10.  Rossi (2013) e David e Ofria (2015).
11. Dal punto di vista economico, la legalizzazione delle vendite induce l’emersione finché l’aliquota applicata (circa il 75%) è inferiore al premio per il rischio di spaccio (oltre il 100%, Unodoc, 2010).
12.  Nel 2014, dei 172 milioni spesi per il personale stabile dipendente PA Corpi di Polizia, circa 77 (45% del totale) sono attribuibili alla cannabis. (Relazione annuale, 2015, della DPA, p. 84, tab. 8 e tab. 10).
13. Rossi (2013).

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