Corrispondenza da New York – L’unanimismo proibizionista è davvero finito, e l’antiproibizionismo non è più un’eresia: questa è la prima impressione ascoltando il dibattito alle Nazioni Unite. Finita la votazione del documento finale, che riconferma la cornice delle Convenzioni, UNGASS sembrava già finita. E invece i paesi latino- americani hanno preso la parola, riaprendo la discussione a tutto campo. Il Guatemala ha ribadito che il cambiamento è inevitabile: “Con UNGASS 2016 siamo solo all’inizio del percorso- ha concluso il rappresentante”. Più incisivo il Messico:“La guerra alla droga non ha funzionato: il narcotraffico è fiorente e produce morte e violenza. La mia nazione ha pagato, e continua a pagare, un prezzo eccessivo per assecondare il paradigma proibizionista”.
Il nuovo paradigma in campo mette in discussione alla radice l’obiettivo principe del controllo internazionale della droga: “Il problema principale non è di eliminare le droghe, ma di tutelare la salute”- esplicita  il rappresentante messicano.
E’ toccato a Milton Romani, segretario della Giunta nazionale uruguayana sulla droga, proprio nella tavola rotonda dedicata alla riduzione dell’offerta di droga e alla criminalità organizzata, il compito di rompere il tabù sulla regolamentazione dei mercati. Il controllo delle droghe deve rientrare nell’ambito degli obiettivi più vasti dello sviluppo sociale e economico: i mercati illegali delle droghe, con la violenza e la corruzione che si portano dietro, costituiscono una minaccia allo sviluppo e non si possono combattere solo con l’arma della repressione. “La regolazione del mercato della cannabis è uno strumento per assicurare uno sviluppo sostenibile”- dice Romani.
Mi torna in mente la prima volta che ho partecipato a un meeting altrettanto importante, il segmento ad alto livello della Commission on Narcotic Drugs a Vienna, nel 2009. Allora fu il leader della Bolivia, Evo Morales, a denunciare l’iniquità della guerra alla droga: una voce coraggiosa di rottura, ma del tutto isolata nel clima di ortodossia proibizionista. A distanza di sette anni, chi parla di fallimento della guerra alla droga – e non sono pochi- non è più un outsider, anzi: si sta formando un nucleo di paesi riformatori che costringono anche chi non è d’accordo a confrontarsi con loro.