hassan-bassiÈ ormai confermato che negli stati degli USA dove la legalizzazione della marijuana è stata approvata è diminuito l’utilizzo di analgesici a base oppiacea. Sia in quegli Stati che hanno completamente legalizzato la marijuana che dove ne è stato normato solo l’uso terapeutico e la coltivazione per uso personale.

La positività agli oppiodi cala dove la marijuana terapeutica è legale

Lo ha recentemente affermato anche uno studio del Dipartimento di Epidemiologia della Columbia’s Mailman School of Public Health pubblicato sull’American Journal of Public Health, che ha esaminato gli incidenti stradali in 18 stati USA ed ha analizzato i casi di positività agli oppioidi. Negli stati che hanno leggi che permettono l’uso di marijuana medica i ricercatori della Columbia University hanno verificato una riduzione significativa della positività agli oppioidi nei guidatori da 21 a 40 anni. Questo del resto non è il primo studio che suggerisce come la legalizzazione della marijuana possa essere una soluzione per combattere l’abuso di oppioidi (legali e illegali) che sta allarmando gli Stati Uniti.

Pare ormai evidente che i cittadini, quando possono scegliere, preferiscano di gran lunga utilizzare la marijuana, magari coltivata direttamente laddove possibile, per alleviare eventuali problemi di salute che provocano dolore, invece che i farmaci classici a base oppiacea.

Gli interessi dei produttori di oppioidi

Questa non potrebbe che essere che un’ottima notizia se non avesse causato preoccupazione in chi sulla vendita di farmaci costruisce i propri profitti. Negli Stati Uniti negli ultimi 10 anni la vendita di antidolorifici a base oppiacea è quadruplicata moltiplicando i profitti delle case farmaceutiche, tanto da insospettire le autorità che infatti hanno avviato diverse indagini.

In particolare sotto la lente d’ingrandimento è finita la Insys therapeutic inc., produttrice del subsys fentanil, un antidolorifico fornito come spray orale, 80 volte più potente della morfina e pensato per i malati terminali di cancro, al fine di alleviare i propri tremendi dolori. Il sospetto, supportato da numerose testimonianza raccolte dalla rete televisiva CNCB, è che la Insys abbia promosso l’utilizzo del farmaco ben oltre i casi previsti anche attraverso premi in denaro a favore di numerosi medici. Causando così grossi problemi a centinaia di pazienti alle prese con una sostanza molto potente e di difficile gestione anche perchè capace di causare una forte dipendenza.

I produttori di oppiodi si schierano contro la legalizzazione della marijuana

A maggior riprova di come la legalizzazione della marijuana possa essere una solida e significativa alternativa non solo a farmaci intossicanti ma anche di possibili sporchi affari prodotti alle spalle dei malati è la scoperta che fra i finanziatori delle campagne contro la legalizzazione della marijuana negli Usa ci sono proprio alcune case farmaceutiche, fra cui la stessa Insys therapeutic inc. La paura della concorrenza di prodotti naturali gestiti direttamente dai cittadini è tale che pare che anche alcuni grossi gruppi che commercializzano alcolici si stiano impegnando affinché i numerosi referendum previsti da qui alla fine dell’anno nei vari Stati Usa che dovrebbero portare alla legalizzazione della marijuana falliscano. La loro iniziativa non è certo supportato da un’attenzione alla salute pubblica, per quanto infondata e spesso in mala fede, ma dai soli “interessi di bottega”.

A sentire qualche intervento dei politici o degli esperti nostrani anche nelle recenti audizioni contro la legalizzazione in Italia potrebbe anche nascere qualche sospetto, se non fosse che a pensar male si fa peccato. La libera coltivazione della marijuana ad uso personale è il risultato minimo che il paese si aspetta dalla discussione che riprenderà alla Camera nelle prossime settimane, anche a favore di tutti coloro che ne fanno e faranno un utilizzo terapeutico finalmente liberi da vincoli, burocrazie e assurdi costi.