hassan-bassiNel difficile panorama orientale caratterizzato da paesi che applicano la pena di morte per reati legati alla droga, dalla repressione e la violenza ai danni dei consumatori; e delle più famose centrali di produzione illegale di droga al livello mondiale, come il  triangolo d’oro indocinese e la Cina per la frenetica attività di produzione di nuove sostanze psicoattive, si è aperto uno spiraglio di luce, proprio in uno di quei paesi storicamente caratterizzato da un feroce, per quanto inefficace, proibizionismo, la Thailandia.

La war on drugs in Thailandia

yaba, la sostanza più diffusa in ThailandiaIn Thailandia la legge prevede la pena di morte per i trafficanti di droga (anche se è dal 2009 che non si registrano nuove esecuzioni) e le pene per reati legati alle droghe sono altissime, spesso superiori ai 15 anni di reclusione. A questo va aggiunto che è prassi l’avviamento a programmi obbligati di trattamento disintossicante per i consumatori di droga.

Dal febbraio del 2003 quando l’allora primo ministro Thaksin Shinawatra lanciò la propria guerra alla droga, lasciando libertà ai capi dipartimento ed alla polizia di compilare blacklist di spacciatori o sospetti tali, in Tailandia la repressione contro trafficanti e consumatori non si è mai fermata. Il risultato dei primi 3 mesi della campagna del 2003 furono 2800 esecuzioni extragiudiziarie, ed a fine anno si contavano 73.300 persone arrestate. Grazie al lavoro della commissione d’inchiesta insediatasi nel 2006 sappiamo che almeno la metà delle persone uccise non aveva alcun legame con il mondo della droga: erano state inserite nelle blacklists dai referenti governativi locali per vendette personali o per eliminare concorrenti scomodi. Proprio come sta succedendo oggi nelle vicine Filippine. Il risultato della guerra alla droga di Thaksin oltre alla carneficina fu quello di far aumentare alle stelle il prezzo della droga così da spingere molti consumatori verso sostanze più economiche ma molto più pericolose per la salute con i problemi che ne conseguono.

La sostanza più usata in Thailandia sono le  metanfetamine il cui consumo non è mai significativamente diminuito dal 2003 ad oggi, anche perché legato ai massacranti turni di lavoro soprattutto dei camionisti tailandesi. La Narcotics Control Board tailandese (come riportato dalla testata Al Jazzera) ha calcolato che ci sono circa 2 milioni di tailandesi che fanno uso di “yaba”, un mix di metanfetamina e caffeina, conosciuta anche con il nome di “droga dei pazzi”. La stima appare al ribasso, se si considera che la quantità di yaba sequestrata ogni anno al solo confine con il Myanmar (Birmania) è di 100 milioni di pillole, e che la produzione non avviene solo nel vicino paese, dove malgrado la pena di morte, i laboratori di produzione di metanfetamine e di raffinazione dell’eroina sono efficientissimi, ma anche nella stessa Tailandia attraverso centinaia di laboratori clandestini.

Oggi i detenuti in Thailandia sono circa 320.000, su di una popolazione di 67 milioni di abitanti, ed più del 70% lo è per reati legati alla droga.

La svolta del Ministro-Generale

Paiboon Koomchaya, Ministro della Giustizia della Thailandia

Paiboon Koomchaya

Di fronte a questo desolante quadro, il generale Paiboon Koomchaya, attuale ministro della giustizia della giunta militare tailandese, ha iniziato nel 2015 una riforma della normativa sulle droghe in senso meno restrittivo eliminando la parificazione fra consumatori e spacciatori, considerando le condizioni sociali del reo e indirizzando gli interventi verso un approccio non punitivo per coloro che utilizzano sostanze.

Il Generale dice di ispirarsi al modello portoghese e la proposta di riforma è stata presentata in un evento collaterale durante Ungass 2016 in collaborazione con la rete IDPC. Dopo Ungass il ministro-generale non ha aspettato molto per dichiarare pubblicamente che la guerra alla droga ha fallito e che è necessario un cambio di approccio. Come riportato da diverse testate giornalistiche tailandesi, malgrado le prime dichiarazioni del Ministro siano state criticate in patria, e lo stesso sia stato costretto ad una temporanea marcia indietro, oggi la sua proposta è forte e prevede la legalizzazione della metanfetamina. Tecnicamente si tratterebbe di spostare le metanfetamine dalla tabella I alla tabella II, in modo che i medici la possano prescrivere come medicinale senza incorrere in sanzioni. La politica di legalizzazione prevede inoltre che lo stato possa produrre sostituitivi di qualità che possano essere utilizzati dalle persone con problemi di dipendenza offrendo comunque loro la possibilità di sottoporsi a percorsi di disintossicazione volontaria.

Il Ministro ha ben inquadrato il problema quando ha affermato che la detenzione non risolve la questione della diffusione della droga né i problemi delle persone che ne fanno un uso problematico, e tantomeno i trattamenti obbligati, che spingono i cittadini a non fidarsi e a non rivolgersi ai servizi quando hanno un problema con le sostanze. Il prossimo passo, ha promesso, è la rimozione del kratom e della marijuana dalle tabelle delle sostanze narcotiche per inquadrarle come erbe mediche di libero utilizzo.

Insomma anche nell’oriente la war on drugs comincia a vacillare: con la speranza che le assurde politiche proibizioniste, oggi tragicamente impersonificate dal filippino Duterte, possano presto prender atto della loro inefficacia e dannosità e lasciare il passo alle evidenze scientifiche e pratiche.