INTERVENTO DEL MINISTRO DELLA SANITA’
Prof. Umberto Veronesi

Il tema delle tossicodipendenze è complesso di per sé, perché legato ad una serie di problematiche non solo mediche ma sociali e politiche come isolamento, mancanza di affetti, disoccupazione, povertà in cui il tossicodipendente in genere vive.
Un malato ha una patologia ben diagnosticabile, per la quale esistono precisi protocolli, pur se bisogna sempre personalizzare le cure.
Se ogni malato richiede che il medico apra con lui soprattutto una relazione da uomo a uomo, nel caso del tossicodipendente c’è bisogno di qualcosa in più.
Il medico deve chinarsi su di lui con particolare attenzione della sua “intelligenza d’amore”, perché per curarlo deve uscire da giudizi e pregiudizi, deve entrare in quello che è tutto un mondo particolare, molto sfaccettato, molto angosciato dal “male di vivere”.
Le motivazioni per le quali ci si droga sono estremamente variabili, e bisogna guardarsi bene dal pensare che si possa standardizzare il malato. Di uguale c’è soltanto la condizione di arrivo, la tossicodipendenza.
In questo particolare momento della storia sanitaria dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei, bisogna ricordare che dopo il Welfare State siamo ora alla svolta che si configura come Welfare Community : a fare prevenzione e a fare salute non c’è più solo la struttura statale che ha questo obiettivo come missione istituzionale, ma entra in campo con forza una molteplicità di soggetti.
La salute deve diventare un “fatto plurale”, se si vuole davvero raggiungere l’obiettivo dell’OMS: salute come sviluppo di tutte le potenzialità dell’essere umano.

DROGHE PESANTI: CALO DELLE MORTI

Cosi’ come qualche mese fa sono stato lieto di darvi una notizia che pochi si aspettavano (Ia leggera flessione della mortalità per cancro), così oggi vi invito a ragionare su questi dati: dal 1996 al 1999 c’è stato un lento ma costante calo delle morti per droga. E’ un dato confortante, che va analizzato con un’ottica da operatori della salute. Dobbiamo sapere perché ci si è arrivati, e dobbiamo farlo in modo di mantenere il terreno conquistato
La prima spiegazione sta nel metadone.
l dati scientifici dimostrano inequivocabilmente, anche nell’uso a breve-lungo termine, i benefici che questo farmaco è in grado di fornire nel trattamento e nella riabilitazione dei tossicodipendenti da eroina (una realtà che dal 1985 al 1992 ha mostrato una crescita impressionante, ma che oggi si è stabilizzato). In rapporto ad altri farmaci ormai i protocolli scientifici indicano il metadone come scelta d’elezione rispetto al naltrexone, alla clonidina e ad altri farmaci. Siamo davanti alla possibilità di far vivere questi ragazzi.
Se riusciamo a non farli morire e a portarli oltre l’età in cui (per le cause sociali che ho ricordato prima) sono i soggetti a maggior rischio di morte, possiamo recuperarli a un progetto di vita e possiamo riconsegnarli, guariti, alla società. Il metadone ha dimostrato ormai di essere la sostanza sostitutiva che raccoglie la maggiore compliance e questo dato é per noi la base di partenza. Lo scopo del trattamento é quello di ridurre prima di tutto l’uso di droghe illegali, e quindi le morti, le malattie e gli atti criminosi. Perché, è bene ricordarlo, il tossicodipendente è un malato da curare e non un deviato da sorvegliare e punire.
Come già avviene, nel piano d’azione per il recupero sono strategici i servizi territoriali, i SERT. Non è che non ci siano stati problemi, non è che non ce ne siano, ma io penso che questi centri, studiati molte volte al meglio, disegnati sulla mentalità dei giovani, abbiano fatto in questi anni un lavoro magnifico. A chi ci lavora va il mio ringraziamento di medico, di ministro e di cittadino. Questi centri, organizzati con medico, psicologo e assistente sociale costituiscono una risposta a 360 gradi alle necessità dei malati.
E lo dimostra la crescita vertiginosa di quelli che si rivolgono ai SERT: dai 90 mila del 1991 agli oltre 140 mila di quest’oggi. La “Welfare Community” ha funzionato con i suoi canali d’informazione diffusa: famiglie, scuola, associazioni di volontariato, medici di base, farmacisti, parrocchie, uffici di relazioni col pubblico degli ospedali. Fino e salire su ai Comuni, alle Province e alle Regioni.
I SERT in questo senso, sono il punto di cura e di orientamento che poi indirizza i malati a tutte le altre realtà di aiuto: le comunità di recupero, le unità di strada, i centri di ascolto e di accoglienza.

UNA MALATTIA CHE PUO’ GUARIRE

Sono convinto che si possa nutrire un certo ottimismo. La tossicodipendenza é una malattia che può guarire. Se guardiamo a dieci anni fa, c’erano in Italia circa 200mila tossicodipendenti dai 15 ai 40 anni. Oggi questo dato non é molto diverso nella quantità e un limitato invecchiamento nelle fasce di età. Significa che c’é stato un ricambio generazionale e che una buona parte di quella popolazione di tossicodipendenti è stata curata e guarita.
Ce lo dimostrano i dati di un importante studio dell’Università di Torino: la mortalità per overdose risulta in coda nelle cause di morte della popolazione dai 15 ai 44 anni. Prima vengono gli incidenti stradali, l’Aids, il suicidio, le malattie epatiche. Morti che sono tipicamente legate all’uso di droghe. In questi anni tutta una serie di campagne d’informazione, e tutta una serie di azioni capillari (tra cui la distribuzione di profilattici e di siringhe nuove) ha portato a limitare le cause delle morti correlate all’uso di droga.
Lo si vede dall’incoraggiante diminuzione dei tossicodipendenti sieropositivi, sia maschi che femmine: dal 40% del 1991 al 30% di oggi. E lo si vede dal calo dei tossicodipendenti con epatite virale B: dal 60% del 199l al 50% di oggi.
Tutto cio’ significa una cosa solo: che si è spezzata la catena che lega la droga ai comportamenti a rischio: iI rischio di contagio da virus HIV e HbsAg tramite scambio di siringhe e sesso non protetto.

LE COSE DA FARE

Il problema droga non è stato ignorato in Italia. Il nostro Paese da anni ha mobilitato risorse finanziarie ed organizzative per non perdere il proprio futuro che cammina sulle gambe dei giovani.
Resta però l’enorme problema della tossicodipendenza nelle carceri. Secondo un dato, che tutti ritengono sottostimato, il 30% dei detenuti ha dichiarato di essere tossicodipendente, ma su 208 istituti di pena solo 98 permettono ai SERT di curare questi malati. Il dettato costituzionale, che garantisce a tutti i cittadini, liberi o detenuti, uguale diritto alle cure mediche e psico-sociali, viene così disatteso.
Degli oltre l5 mila tossicodipendenti reclusi, solo il 5% può usufruire del trattamento con metadone. La nuova legge di riforma della sanità penitenziaria assegna alle ASL il compito di curare i cittadini reclusi. Deve essere in grado di cancellare questa discriminazione.
Ma c’è di peggio. In carcere, spesso, i tossicodipendenti isolati nella disperazione dell’astinenza, trovano nel suicidio una via di fuga. Inermi e ricattabili, diventano spesso vittime della violenza sessuale pagata con una dose. Nelle carceri, lo sanno tutti, la droga circola nonostante i divieti e la sorveglianza.
E qui c’è il più alto rischio di morte per overdose, a causa dell’astinenza forzata di persone che magari fuori erano in trattamento. Ma la detenzione diventa anche un’occasione di “contagio” sia per i tossicodipendenti che vengono arruolati dalla criminalità organizzata, sia per il detenuto comune, che impara a conoscere il mondo della droga e ne rimane invischiato. Recuperata la libertà, c’è chi esce dalla droga, ma non dal crimine,
Mi sembra doveroso provare a disegnare per il futuro percorsi che non sommino danno a danno. E’ necessario chiedersi se non esistano soluzioni alternative al carcere. Sono convinto che per questi malati, peraltro non di elevata pericolositìa sociale, occorra ridurre al minimo o addirittura abolire il contatto con la galera. Dobbiamo preparare nuovi centri di accoglienza, comunità dove questi ragazzi, oltre che guarire, possano imparare un mestiere, riprendere gli studi, ritrovare la dignità. Insomma ridisegnare un vero progetto di vita.
La tossicodipendenza é ancora giovane di studi e di esperienze e nella quale i risultati degli interventi ormai consolidati sono, a detta di tutti gli studiosi, insufficienti rispetto alla gravità del problema.
Occorre anche una ricerca clinica capace di stare al passo con il fenomeno della droga, guidato da un mercato pericoloso e imprevedibile. Non è possibile, a mio parere, rinunciare alla ricerca di nuove metodologie di cura. Mi riferisco alle sperimentazioni già avviate in Paesi vicini a noi, in Svizzera, Olanda e Germania, con la somministrazione controllata di eroina in malati refrattari al metadone. Queste ricerche hanno mostrato prospettive degne di attenzione, anche se i risultati sono ancora preliminari.
Dopo tre anni, si sono visti risultati positivi, sia per quanto riguarda la riduzione del danno, (diminuzione delle infezioni da HIV, di epatite, di morte da overdose), e infine riduzione della criminalità.

DROGHE LEGGERE E NUOVE DROGHE

Chiunque (e non serve un osservatorio medico) abbia una certa conoscenza del mondo giovanile – quello della fascia d’età dai 15 ai 30 anni – sa che le droghe leggere, usate in genere sporadicamente e in occasioni particolari come la serata in discoteca, sono vere e proprie sostanze di uso voluttuario.
A 15 anni di età fumano dal 10 al 15% dei ragazzi, sia maschi che femmine, Una percentuale che a 18 anni, si impenna al 38% delle femmine e al 55% dei maschi. Fenomeno di massa, quindi. Come va considerato? Che rischi presenta? Le statistiche epidemiologiche affermano che la mortalità per droghe leggere è pari a zero, che esse non danno assuefazione e che non sono il tanto temuto “ponte” di passaggio alle droghe pesanti, in particolare all’eroina.
Di quel 55% che a 18 anni fa uso di Cannabis, solo lo 0,8 è passata all’eroina.
Se alla classifica del consumo affianchiamo invece la classifica dei rischi scientificamente dimostrati, vediamo che il tabacco causa 80mila morti all’anno per diversi tumori, seguito dall’alcol, il cui abuso provoca 30mila morti all’anno e dall’eroina che, direttamente o indirettarnente, ne provoca 1000. Tra le droghe leggere, l’Ecstasy ne provoca poche unità all’anno.
Che conclusioni trarre? Forse nessuna, ma é necessario riprendere un sereno dibattito perché, ragionando in termini razionali e scientifici, le droghe leggere possono essere oggetto di nuove proposte più aperte.
Sono personalmente convinto che ogni proibizionismo, come d’altronde é storicamente dimostrato, non evita i danni per i quali è stato deciso, e ne crea altri molto peggiori: la criminalità, il mercato nero, la prostituzione.
Anche per il fumo di tabacco, io che ho presentato una legge, non ho inteso imporre alcun divieto: la legge infatti limita ad impedire, a chi ama fumare, di farlo a spese della salute di chi non tollera il fumo ed é consapevole che esso é gravemente dannoso.
Quello della droga, tutti ne converranno, è un problema dai risvolti spesso drammatici e dalle soluzioni sempre difficili. Qualsiasi decisione il legislatore dovesse prendere è destinata a provocare turbamenti nelle coscienze.
Mi sono fatto guidare da una necessità più grande delle altre, quella di curare e nella fiducia di limitare effetti che non sono solo danni al corpo, ma danni all’anima.

Genova, 28 novembre 2000