Lo ripeteva sempre don Mario Picchi: ”la tossicodipendenza, prima di diventare una problematica sanitaria e giuridica, costituisce una grande questione educativa”. Erano gli anni della grande epidemia di eroina utilizzata per via endovenosa. Oggi, in tempi in cui il consumo di sostanze psicoattive, legali e illegali, prevale sulla dipendenza, paradossalmente, l’idea che chi fa uso di una qualche droga debba essere ascoltato, piuttosto che punito, fa ancora più fatica ad affermarsi. Prevalgono le scorciatoie, che delegano ai test dell’esame delle urine le risposte che i genitori non riescono ad avere dai propri figli. Prevalgono gli interventi spettacolari, che dimostrano all’intera popolazione di una città che la buona reputazione di una scuola viene ribadita con l’intervento dei cani poliziotto nelle aule per scovare qualche grammo di hashish e mettere alla berlina le pecore nere.

Quando una madre viene casualmente a scoprire che il proprio figlio “spinella”, è facile che sia calamitata in due direzioni, entrambe pericolose. Disinformata, allarmata, e in balìa della propaganda di coloro che lucrano elettoralmente sulla questione droghe facendone una ideologia che intenzionalmente ignora ogni evidenza scientifica, la madre può pensare che il proprio figlio sia già un “drogato” e non ci possa essere più altra soluzione se non la comunità terapeutica.  Lo stereotipo di una narrazione pseudoscientifica, che fa perno sulla paura e la mancanza di conoscenze dei destinatari, prende il posto della realtà, che diventa più difficile da analizzare per via del conflitto e della contrapposizione quasi automatica che si crea con un figlio che non capisce la reazione sproporzionata del genitore e si sente irrimediabilmente giudicato. All’estremo opposto la reazione genitoriale può implicare una grave sottovalutazione del comportamento di consumo, minimizzando i fatti, giustificando in vario modo le scelte del figlio, non riuscendo a cogliere i rischi anche a fronte di elevati livelli d’uso accompagnati da stili di vita di progressivo disimpegno, rinunciatari e deresponsabilizzanti. Così facendo i genitori falliscono nell’essere d’aiuto ai loro ragazzi nel contenimento dei rischi, e degli eventuali danni causati da derive di periodi di consumo non controllato. Certo fa differenza se il consumo di cannabis è “socio-ricreativo”, di gruppo e compatibile con le normali attività di tutti i giorni e l’assunzione delle relative responsabilità.

Nella stragrande maggioranza delle situazioni il consumo non si rivela problematico, e cesserà nel giro di qualche anno. Ciò non significa che non incombano rischi anche in queste situazioni: per la salute (il fatto che non si conosce il tasso di principio attivo) e per la sicurezza (alla guida in stato alterato).

E’ utile che il ruolo genitoriale si eserciti con modalità intelligenti: prendere le distanze dalla scelta di consumo; informare in maniera non allarmistica ma correttamente (ed in questo modo si è più credibili) sui rischi per la salute e la sicurezza (oltre che dei rischi relativi allo statuto di illiceità del consumo); mantenere un buon clima di comunicazione, in generale e sul tema specifico; cercare di monitorare l’uso e l’intero stile di vita del ragazzo, non abdicando a una funzione di controllo condotta con modalità rispettose e non invasive; accompagnarlo nella affermazione della sua autonomia fino alle scelte di reversibilità, che in genere, nelle situazioni di consumo non problematico, avvengono dai 21- 22 anni in poi, in concomitanza con lo sviluppo di altri interessi, il far fronte a nuovi impegni e il mutamento delle forme di divertimento e aggregazione.