Pill testingEsprimiamo profondo dolore per la morte di Adele, la giovane studentessa di Chiavari morta dopo che aveva preso una pastiglia di ecstasy con il fidanzato. L’autopsia spiegherà i motivi del decesso, ma dobbiamo ancora una volta rilevare, con rabbia, che in Italia la politica di riduzione del danno è tuttora sostanzialmente al bando per ragioni incomprensibili.

Il pill testing, ovvero l’analisi delle sostanze in prossimità dei locali pubblici, diffuso in tutta Europa nel nostro bel paese non è praticato ufficialmente. Questo a causa di una interpretazione restrittiva della legge che considera il passaggio della sostanza dal consumatore agli addetti al test un reato.

L’ipocrisia del proibizionismo non solo non ha impedito la cessione ad Adele di una pastiglia, e non ha impedito la sua morte: ha impedito anche che si potesse prevenire, e magari evitare, la tragedia di Genova. Non sappiamo se un banchetto per il pill testing avrebbe salvato la vita ad Adele, ma certamente avrebbe informato sul corretto uso e sulla composizione delle sostanze tante ragazze e ragazzi che ogni notte assumono, nonostante la legge ed i divieti.

La strada della punizione e della criminalizzazione, propria del proibizionismo ha invece prodotto incomprensione per i comportamenti e gli stili di vita di intere generazioni, provocando ulteriori danni rispetto a quelli provocati dalle droghe. Gli arresti e i capi d’imputazione che pendono sulla testa degli amici di Adele li rende vittime essi stessi di una politica repressiva e criminogena che continua a fare la guerra ai consumatori piuttosto che alle droghe. Le responsabilità dell’accaduto non possono essere scaricate su di loro.

Lo sanno bene le famiglie riunite nell’associazione “Anyoneschild – families for safer drug control” (http://anyoneschild.org) ed in “Moms united to end the war on drugs” (http://www.momsunited.net/). Fra loro ci sono madri che hanno perso i propri figli a causa dell’assunzione di ecstasy tagliata con sostanze velenose o per overdose di eroina, e che richiedono a gran voce non solo una prevenzione informata per i giovani ma anche il controllo sulla qualità delle sostanze e la regolamentazione del mercato delle droghe. Ci sono famigliari di ragazzi rapiti per essere costretti a lavorare nelle piantagioni o nei laboratori clandestini di produzione delle droghe e poi uccisi senza pietà quando non servivano più. Ci sono  fratelli e sorelle di persone linciate per strada senza che la polizia intervenisse solo perché erano “drogate”, e poi i parenti dei morti nella guerra fra bande per i controllo del mercato illegale delle droghe, le famiglie distrutte dagli arresti e le condanne anche per il possesso di piccole quantità di droga o per piccolo spaccio.

In Parlamento non solo è bloccata la proposta di legalizzazione della canapa, ma anche il disegno di legge del senatore Lo Giudice e del deputato Fossati che prevede le modifiche alla legge Iervolino-Vassalli del 1990, voluta da Bettino Craxi, per una depenalizzazione completa del consumo e misure a favore dei servizi e delle alternative al carcere, oltre alla introduzione di pratiche di riduzione del danno.

Se le tragedie come quelle di Genova devono insegnare qualcosa, devono insegnare questo. Che la politica non può più nascondersi dietro i veli ipocriti della legislazione fine a se stessa, e che la società civile italiana deve prendere in mano la battaglia per una riforma delle politiche sulle droghe.

Forum Droghe e Fuoriluogo