Rodrigo Duterte TOTO LOZANO/PPD (via wikimedia)“Others can’t do it. How can we? Those drugs, we can’t control it,”
[Rodrigo Duterte]

La settimana scorsa il Presidente filippino Rodrigo Duterte ha dichiarato che la sua campagna di lotta contro le droghe affronta sfide difficili. Se non ci sono riusciti gli Stati Uniti, come potremo farcela noi? Questo in soldoni il pensiero di Duterte che al momento della sua elezione aveva promesso di risolvere il problema droghe in soli 3-6 mesi. Ma per Duterte era solo un ingenuo errore di calcolo. Del resto la costa delle fillippine è lunga e le isole sono tante, come riportato dalla CNN. Anche per questo ha già dichiarato che servirà un secondo mandato per risolvere questa e le altre questioni oggetto della sua attenzione.

“If we can only kill 32 every day, then maybe we can reduce what ails this country.”
[Rodrigo Duterte]

Più che una campagna quella dell’uomo forte di Manila è però apparsa subito dopo la sua elezione l’anno scorso una vera propria guerra alla droga. E più che una guerra alla droga è stata sinora una guerra, senza quartiere, ai consumatori di droghe. Secondo fonti governative sono 3400 i “sospetti” uccisi durante le operazioni di polizia in poco più di un anno. Secondo Human Rights Watch a marzo scorso i morti erano oltre 7000 contando anche le esecuzioni extragiudiziali, mentre per alcune ONG locali ed internazionali il numero oggi si aggira fra i 10.000 e i 12.000.
Una vera e propria mattanza, accolta senza particolare dispiacere dal Presidente filippino. Solo qualche giorno fa, dopo aver appreso dell’uccisione di 32 persone in un raid della polizia, ha dichiarato secondo Bloomberg: “questo è bene, se riuscissimo ad ucciderne 32 ogni giorno, forse potremmo ridurre i problemi di questo paese”.

“If you know of any addicts, go ahead and kill them yourself as getting their parents to do it would be too painful.”
[Rodrigo Duterte]

Del resto dietro alla war on drugs, e ai drogati, ci si può nascondere molto. A partire dall’attacco agli avversari politici, come la senatrice Leila de Lima di cui abbiamo già parlato, sino alle piccole vendette di quartiere compiute sotto la “copertura” politica e etica presidenziale. Ma di uomini di stato che all’inizio del proprio mandato si permettessero di dire ai propri sostenitori “se conoscete un drogato, uccidetelo voi” questo pianeta ne ha conosciuti davvero pochi. E’ stato lo stesso Duterte a indicare i propri modelli. Parole e fatti che poi non sembrano scalfirne la popolarità, se è vero che secondo un sondaggio di poche settimane fa l’80% dei filippini ha molta fiducia in Rodrigo Duterte.

“Police, shoot those who are part of it. If they [members of human-rights organizations] are obstructing justice, you shoot them, so they can really see the kinds of human rights.”
[Rodrigo Duterte]

In fondo non bisogna stupirsi troppo del consenso del Presidente, perchè frasi come queste si mischierebbero tranquillamente al rumore di fondo della, terribile, quotidianità dei nostri social network; anzi farebbero certamente di Duterte un “influencer” molto popolare anche dalle nostre parti. In uno sforzo di immaginazione ci potremmo addirittura figurare Donald Trump, il leader della più importante potenza occidentale, telefonare al presidente filippino per dirgli che “sta facendo un buon lavoro” per contrastare le droghe nel suo paese. Purtroppo però non dobbiamo fare nessuno sforzo, perchè Trump l’ha fatto davvero. Lo ha rivelato la CNN neanche tre mesi fa.

Rileggendo le sue parole, vedendo le immagini della carneficina in atto nelle Filippine, ricordando le sue minacce alle organizzazioni per i diritti umani non possiamo dimenticare che Rodrigo Duterte è il Capo di Stato di un paese di quasi 100 milioni di abitanti.
Dobbiamo prendere atto che gli sforzi sinora fatti dalla società civile e dalla diplomazia internazionale sono stati vani i primi, insufficienti i secondi.
E che nel frattempo la mattanza continua.

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