L’obiettivo 90-90-90 di UNAIDS auspica che si raggiungano entro il 2020 i seguenti risultati: diagnosi per il 90% delle infezioni da HIV; terapia per il 90% delle persone con diagnosi di HIV; abbattimento della carica virale nel 90% delle persone in trattamento con antiretrovirali. Analizzando la relazione sulle tossicodipendenze pubblicata in agosto dal Dipartimento Antidroga, si possono esprimere alcune considerazioni.

Pochi test nei SerD

Per quanto riguarda le persone che usano sostanze nel nostro Paese siamo molto lontani dal raggiungimento del primo obiettivo. Nel 2016 SOLO il 34% delle persone in carico ai SerD (137.533) è stato sottoposto al test HIV e, solo, il 20,5% si è sottoposto al test HCV. Nonostante siano note le gravi conseguenze a lungo termine di questa infezione.

L’epatite virale, in particolare l’infezione causata dal virus dell’epatite C (HCV), mostra una prevalenza elevata tra i consumatori di droga per via parenterale in tutta Europa. Su 100 persone che hanno contratto l’HCV (positive agli anticorpi), un numero compreso tra 75 e 80 svilupperà l’infezione cronica. Ciò comporta gravi conseguenze nel lungo termine, perché l’infezione cronica da HCV, spesso aggravata dal forte consumo di alcol, sarà responsabile di un numero crescente di decessi e di casi di gravi epatopatie, compresi cirrosi e cancro, tra i consumatori di stupefacenti ad alto rischio che invecchiano.” [European Drug Report 2017, EMCDDA].

Nell’anno 2015 sono state segnalate 112 nuove diagnosi di infezione da HIV tra gli IDU (injection drug user) secondo i dati ISS. Se in termini assoluti, dal 2010 al 2015 i nuovi casi di HIV tra gli IDU sono nel complesso diminuiti (negli anni rispettivamente 267, 187, 215, 181, 148 e 112 diagnosi), in termini percentuali è tra i soggetti del genere maschile che si evidenzia un decremento più evidente (nel 2010 costituivano l’85,3% e nel 2015 il 74,1% di tutte le nuove diagnosi), mentre tra i soggetti di genere femminile si osserva un andamento crescente, passando dal 14,7% del 2010 all’attuale 25,9% nel 2015. In considerazione del basso tasso di percentuale di test effettuati dai SerD possiamo azzardare di ipotizzare che i dati forniti dal ISS ci restituiscano una fotografia quantomeno sfocata della realtà.

HIV: crescono le diagnosi tardive

Preoccupa la crescente tendenza a scoprire tardivamente la sieropositività HIV: nel 37,5% delle nuove diagnosi da HIV il test è stato eseguito solo in seguito alla manifestazione di sintomi HIV correlati.

Nel 2015 per il 25,7% dei nuovi casi AIDS tra gli IDU, il tempo intercorso tra la diagnosi di positività per HIV e quella per AIDS è di 6 mesi. Questo dato che si associa alla questione della diagnosi tardiva comporta il fatto che persone arrivano allo stadio di AIDS conclamato ignorando di aver contratto l’infezione da HIV

“La diagnosi tardiva dell’HIV è associata a una maggiore morbilità e mortalità, oltre che a ritardi nell’avvio della terapia antiretrovirale. La politica «testare e trattare» applicata all’HIV, per cui la terapia antiretrovirale viene cominciata immediatamente dopo una diagnosi di HIV, consente una riduzione della trasmissione ed è particolarmente importante nei gruppi con comportamenti a più alto rischio, quali i consumatori di droghe iniettabili. La diagnosi precoce e l’avvio tempestivo della terapia antiretrovirale offrono alle persone infettate una normale aspettativa di vita.” [European Drug Report 2017, EMCDDA]

Promuovere i test HIV a bassa soglia

Occorre promuovere politiche attive di accesso al Test HIV come peraltro indicato anche dal Piano Nazionale AIDS. Occorre incrementare e favorire il modello Cbvct (community-based voluntary counseling and testing) raccomandato fortemente dalle linee guida internazionali. Tale modello prevede l’utilizzo dei test rapidi in contesti non sanitari quali le sedi delle associazioni, i servizi di riduzione del danno, i luoghi di ritrovo e d’aggregazione attraverso il coinvolgimento dei rappresentati delle stesse comunità, adeguatamente formati.

“In molti paesi i servizi specializzati di comunità e a bassa soglia stanno offrendo e ampliando le opportunità di sottoporsi a test dell’HIV allo scopo di aumentare l’adesione ai test e l’individuazione delle infezioni in fasi più precoci. Gli standard di qualità minimi dell’UE promuovono i test volontari per le malattie infettive trasmesse per via ematica presso le agenzie comunitarie, unitamente alla consulenza sui comportamenti rischiosi e all’assistenza nella gestione della malattia. ” [European Drug Report 2017, EMCDDA]

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