Grazia ZuffaDalla war on drugs del secolo scorso, alla sconfitta dell’approccio punitivo e proibizionista, fino al “dopoguerra” della politica delle droghe: è il percorso politico degli ultimi decenni. Siamo ormai in pieno dopoguerra, e come sempre accade ci si dà da fare per la ricostruzione. Messi da parte gli argomenti canonici del confronto fra proibizionismo/antiproibizionismo, l’attenzione si sposta all’esame delle diverse strade che si aprono nella stagione del post proibizionismo. È questa la prospettiva di diversi saggi e studi usciti negli ultimi tempi, fra cui due volumi di richiamo internazionale: Marijuana Legalization, di Jonathan Caulkins, Beau Kilmer, Mark Kleiman (Oxford University Press, 2016, seconda edizione); e European Drug Policies, the Ways of Reform, a cura di Renaud Colson e Henri Bergeron (Routledge, 2017).

Il primo ci conduce nel cuore del tema più attuale, la normativa sulla cannabis. Insieme agli autori, ricordiamo brevemente il contesto. Dal 2012 al 2016, ben nove stati americani hanno legalizzato la marijuana a scopo ricreazionale, fra cui la California, lo stato più popoloso ed economicamente più importante degli Stati Uniti (la sesta economia nel mondo). A sua volta l’Uruguay ha regolamentato la produzione e distribuzione della cannabis nel 2013, mentre il Canada si appresta a farlo nei mesi prossimi. Passi importanti, cui ha fatto seguito un mutamento altrettanto rilevante della cornice normativa internazionale. Per la prima volta, all’Assemblea Generale Onu dell’aprile 2016 è stata sancita la “flessibilità” delle Convenzioni sulle droghe. Anche se l’introduzione della “flessibilità” non è stata apprezzata da quella parte del movimento antipro che voleva cambiare il testo delle Convenzioni, a mio avviso essa ha aperto nuovi orizzonti: sancendo il via libera internazionale alla sperimentazione dei singoli stati membri, comprese le “sperimentazioni normative” sulla cannabis appena citate; e dando una benefica spallata alla gabbia dei trattati internazionali.

In questo quadro, Marijuana Legalization bene si inserisce nello sforzo di ricostruzione post bellica. Non si discute più, come nel passato anche recente, se la cannabis sia davvero una sostanza “leggera” e quali siano le nuove evidenze – ammesso che tali siano- circa i danni alla salute; o se la marijuana sia più o meno dannosa dell’alcol e richieda un allineamento normativo in linea con la nuova classificazione: dibattito che peraltro aveva il difetto di centrare sulla sostanza-cannabis, e non sull’uso che se ne fa, astraendo dal significato personale e sociale del consumo e dalla sua regolazione, per come si è socialmente configurata dagli anni settanta del novecento in poi. Tutto ciò è ormai alle spalle e gli autori prendono atto che il consumo di cannabis è ormai una realtà socialmente radicata e integrata – così come lo è l’alcol, anche se non ai livelli storici dell’alcol. Tanto è vero che negli Usa il sorpasso nei sondaggi dei favorevoli alla legalizzazione è avvenuto con l’avvento delle generazioni che in maggioranza hanno provato la marijuana almeno una volta nella vita. Per questa ragione, squisitamente sociale, l’eliminazione del consumo (obiettivo della proibizione) non è più uno strumento realistico, anche volendo lasciare da parte i suoi danni collaterali.

Quale allora lo scenario della legalizzazione? O per meglio dire, gli scenari della legalizzazione? Siamo ormai oltre – scrivono gli autori- alla depenalizzazione vista come “terreno intermedio” fra proibizione e regolazione. A differenza della proibizione, strumento sostanzialmente rigido (fatta limitata eccezione della scelta fra sanzioni penali/amministrative per l’uso personale), la legalizzazione ha molte strade aperte davanti a sé. Ed è fra queste che va individuato il terreno politico intermedio (dei massimi benefici contro le minime controindicazioni). Il primo bivio divide la via del mercato libero, con la discesa in campo delle imprese profit (valga l’esempio alcol); da quella no-profit, che esclude la commercializzazione perché ritenuta inadatta alle finalità di salute pubblica. A sua volta, il modello no profit può articolarsi in diverse forme: dal permesso di auto-coltivazione, alla licenza per auto-coltivazione collettiva (sull’esempio dei Cannabis Social Club), al monopolio di stato. Il dibattito è ancora aperto, anche se Caulkins e i suoi colleghi propendono, con buone ragioni, per approfondire la strada no-profit.

Nel secondo volume European Drug Policies, le “vie della riforma” seguono i punti di convergenza delle politiche nei diversi paesi che compongono l’Unione, al di là delle differenze che pure permangono. La ragione è evidente, se si pensa al ruolo leader sul piano culturale che ha avuto, e continua ad avere, il cosiddetto “modello europeo” nella sconfitta della war on drugs a livello mondiale: si pensi alla fondamentale svolta “antibellica” nel 2013 dell’Organizzazione degli Stati Americani (Oas) – che comprende gli stati del sud e nord America, Stati Uniti compresi – chiaramente ispirata al cosiddetto approccio “bilanciato” europeo, verso un riequilibrio delle politiche a favore della salute pubblica. Una serie di saggi discutono in profondità l’evoluzione delle politiche nei dodici principali paesi europei- tra cui l’Italia- per poi ricostruire i punti di convergenza. Fondamentale in questa prospettiva il saggio di Franz Trautmann (Changing Paradigms in Drug Policies in EU member states: from digression to convergence). Lo studioso olandese, scomparso proprio nel periodo di preparazione del libro, individua come pilastro il cambio di paradigma, dal modello salute-centrato sulla dipendenza a quello del “benessere” (well-being): quest’ultimo permette “di cogliere l’impatto negativo, sociale e sulla salute dell’uso problematico di droga – visto come diminuzione del benessere-, ma anche permette di riconoscere e di capire gli effetti positivi del consumo per come sono percepiti dal consumatore” (p.247). Su questo nuovo paradigma si appoggia la Riduzione del Danno. Sta qui la portata innovativa fondamentale della Riduzione del Danno: il cambio di obiettivo – dalla “riduzione fino all’eliminazione del consumo” alla “riduzione delle conseguenze negative” (dell’uso e del suo contesto, compresi gli eventuali danni delle politiche di controllo adottate) – disegna una prospettiva di “gestione del fenomeno”, che segna un distacco definitivo dall’ideologia “morale”. E’ vero che l’implementazione della Riduzione del Danno è ancora lungi dall’essere omogenea nei vari paesi. Tuttavia, la raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2003 sulle politiche e sugli interventi di Riduzione del danno, ha dato una veste istituzionale a questa strategia, successivamente riconfermata nella Strategia Eu 2005-2012 e seguenti. Un passo istituzionale non sufficientemente valorizzato. Proprio di convergenza istituzionale l’Europa dovrebbe farsi forza, colmando il divario fra l’influenza culturale del suo modello e il suo peso politico modesto in sede internazionale. Molta strada c’è ancora da fare. Ce lo ricordano Dagmar Hendrich e Alessandro Pirona nel saggio “The changing face of Harm Reduction in Europe”, rievocando la triste vicenda della posizione europea unitaria, elaborata in vista del meeting di Alto Livello Onu del 2009: fallita per l’intransigente opposizione dell’Italia (di Giovanardi e Serpelloni) alla Riduzione del Danno.