Il recentissimo libro di Bernardo Parrella dal titolo: “Rinascimento psichedelico”, scaricabile interamente in pdf e in attesa della pubblicazione con Stampa Alternativa, ripropone in forma aggiornata una serie di temi legati all’uso degli psichedelici e apre una serie di nuove prospettive e qualche interrogativo. Gli stessi temi sono sviluppati nel sito psichedelia.info, da lui stesso curato.

La lettura del testo, molto denso e ricco di suggestioni, delinea un percorso di normalizzazione degli usi molteplici degli psichedelici a partire dalle loro proprietà terapeutiche, così come è accaduto per la cannabis. Il termine psichedelico, coniato dallo psichiatra Humprey Osmond insieme a Aldous Huxley, significa “che induce la psiche a manifestarsi” e viene preferito ad allucinogeno che non rappresenta gli effetti prevalenti di queste sostanze oltre a creare reazioni emotive negative e a evocare segnali pregiudiziali di pericolo.

La scure probizionista anche sulla ricerca

Rinascimento Psichedelico. La riscoperta degli allucinogeni dalle neuroscienze alla Silicon ValleyIl proibizionismo, diffuso a partire dagli anni ’60 per effetto delle convenzioni internazionali sulle droghe, ha in generale procurato ostacoli alle ricerche a livello internazionale sulle droghe. In particolare ha indotto le due case farmaceutiche, la Sandoz e la Merck, che avevano sintetizzato l’LSD, la psilocibina e l’MDMA, ad abbandonare i progetti di ricerca. Grazie all’impegno di fondazioni di diversa natura – universitarie e private – pur nelle difficoltà, sono stati condotti un numero interessante di studi che hanno dato risultati importanti, in alcuni casi controversi, su diversi campi di applicazione. Tra gli enti più attivi e prestigiosi vi sono MAPS (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), l’Imperial College di Londra e la Bekley Foundation, giusto per citarne alcune. Ma ricordo anche le attività della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza (Sissc), che cura la rivista annuale Altrove, oltre ai contributi di Giorgio Samorini attraverso numerosi pubblicazioni e il sito web.

Negli Stati Uniti, la demonizzazione dell’LSD a seguito della diffusione dell’uso tra le comunità hippies fortemente stigmatizzate, ha portato le ricerche a orientarsi prevalentemente allo studio della psilocibina sintetizzato da A. Hofmann e portata all’attenzione dell’opinione pubblica da Timothy Leary, della MDMA, più nota come ecstasy, sintetizzata da “Sasha” Shulgin, e del DMT (la dimetiltriptamina: il principio attivo dell’ayahuasca). In Europa, in particolare in Gran Bretagna, le ricerche invece si concentrano sull’LSD e altri psichedelici. Tra i ricercatori più impegnati quel David Nutt che ha stilato la controversa classifica delle sostanze in base alla loro reale pericolosità.

Psichedelia terapeutica

Ma di quali proprietà terapeutiche si parla? Intanto è interessante evidenziare che gli effetti terapeutici degli psichedelici, sono descritti secondo una logica che si discosta da quella della farmacologia ufficiale. Infatti non si attribuisce l’effetto terapeutico a una qualche interazione con supposti meccanismi biochimici alterati della patologia di riferimento ma alle modificazioni dello stato di coscienza che gli effetti dello psichedelico inducono. Tale contesto facilita l’emergenza di un riassetto psicologico-esistenziale della persona e crea le opportunità per un nuovo equilibrio psico-esistenziale utile a dare maggiore efficacia a una psicoterapia, permettendo di esplorare occasioni e opportunità inedite per rielaborare la propria sofferenza e per vivere la propria realtà esistenziale. Rick Strassman psichiatra studioso della DMT considerava, ad esempio, che “il DMT non produce effetti benefici di per se ma il contesto in cui viene assunto è ugualmente, se non più importante della sostanza stessa”. Una parte considerevole degli studi si riferiscono ad alcune sindromi psichiatriche quali la depressione, il discusso DPTS (disturbo postraumatico da stress), alcuni stati di ansia generalizzati ma anche a un’area di particolare interesse etico quali le malattie terminali.

Una possibile critica riguarda l’uso un po’ acritico delle categorie diagnostiche tipiche della psichiatria accademica che negli ambiti della psichiatria critica sono considerati etichettanti. L’integrazione con la psicoterapia consente però di affrontare questa obiezione. Ad esempio l’MDMA è stata molto utilizzata a partire dalle esperienze storiche di Metzer e Adamson, e secondo Katie Anderson – che sta compiendo la sua tesi di dottorato alla South Bank University di Londra dal titolo “Navigare l’intimità con l’ecstasy” – essa manifesta il suo potenziale in psicoterapia in quanto “getta luce sulle emozioni più profonde e tira fuori le verità più nascoste, esalta i sentimenti positivi e riduce quelli negativi, ed è questo il motivo primario della sua utilità in psicoterapia”.

Parrella stesso avverte che gli psichedelici non rappresentano la “cura in se“, nè sono consigliabili a tutti, bensì operano come coadiuvanti della psicoterapia o come attivatori dell’”esplorazione interiore”. Certo il linguaggio utilizzato, ancora un po’ troppo legato al mistico, non è ancora adeguato a comprendere in modo preciso e comprensibile queste potenzialità che vanno al di là del modello patologico, e che proprio per questo acquistano interesse. E’ quindi necessario che vi siano altri studi e esperienze cliniche ma anche uno sforzo per affinare la comunicazione. In ogni caso un aspetto interessante è l’ipotesi di un uso “terapeutico” innovativo delle sostanze psicoattive psichedeliche come facilitanti nuove esperienze e l’apprendimento di nuove competenze piuttosto che come risolutori di improbabili alterazioni patologiche sul piano neurobiologico.

Nel libro vi sono molti importanti riferimenti a studi sugli affetti analgesici, sull’ansia generalizzata le cefalee croniche e altre ancora. Inoltre utili, ma più noti, i riferimenti alla storia, agli usi nelle diverse culture e alle relazioni con l’arte e la spiritualità. Altro argomento intrigante è quello sulla cosiddetta la “terza ondata psichedelica”, ovvero l’assunzione di microdosi psicoattive “al disotto della soglia percepibile”

Questioni aperte

Alcune questioni appaiono però particolarmente controverse. La prima riguarda il supposto l’uso degli psichedelici nella “terapia” delle dipendenze da sostanze psicoattive, quali alcol e eroina che, nonostante la continua rivendicazione antiproibizionista, sembra riproporre un’adesione ai modelli più culturalmente retrivi di stampo proibizionistico nei confronti dei consumatori di “droghe”. Così come si nota una certa eccessiva adesione alle dimostrazioni neurobiologiche, e un pregiudizio nei confronti delle persone che usano le sostanze nei contesti del divertimento sbrigativamente associati a un modello di uso consumistico.

Ritengo utile, per dirimere queste questioni, promuovere il confronto con il dibattito che da Norman Zinberg in poi, si è sviluppato sul ruolo delle influenze sociali e dei processi di stigmatizzazione sulle rappresentazioni sociali negative dei consumatori e sui modelli di apprendimento sociale che facilitano l’emergere diffusa di strategie di autoregolazione delle sostanze psicoattive che caratterizzano l’attuale fase dell’evoluzione della prospettiva della Riduzione del Danno (cfr. P. Cohen. T. Decorte, G. Zuffa e S. Ronconi). E penso che un tale confronto possa essere utile a migliorare la comprensione e la concettualizzazione delle esperienze con le sostanze psichedeliche.

In tale confronto andrebbero recuperati gli elementi proposti da Parrella nell’ambito di “un progetto” che mira “a integrare le esperienze millenarie delle tribù indigene con le odierne ricerche scientifiche in corso…” Di qui la rivendicazione del “pieno diritto alla libertà di ricerca e alla medicina psicotropa”. “Soltanto grazie a un approccio ampio e articolato l’attuale rinascimento psichedelico potrà crescere e produrre effetti positivi a livello globale”.

Stefano Vecchio – Direttivo Forum Droghe